Nata il 16 luglio del 1925, a Roma. Nella centralissima via Sistina che sbocca in Trinità dei Monti. Madre Agar Sorbatti Bonati, padre Fernando Bonati.
Entrambi ingegneri, entrambi venticinquenni, entrambi con un primato: nostra nonna è il primo ingegnere donna delle Marche, nostro nonno è il primo ingegnere con la prima specializzazione che si inaugura nel settore: elettrotecnica. Tutto questo mamma l’ha vissuto come un problema “… figlia di due ingegneri, andavo male in matematica…”. Non so neanche se fosse vero, era che i numeri non la emozionavano, questo sì. Le fecero fare il classico, il bel classico dell’anteguerra che era, come si dice “tosto”.
A 80 anni aiutava ancora le nipoti nelle traduzioni dal latino, con grande lucidità. Ero affascinato dalla sua restituzione del pensiero dell’autore. Sempre forma fluida, immediata e fresca. Era il vero tradurre. Verso gli 85 anni si mise in testa che aveva bisogno di ripetizioni e chiese al nipote Edoardo di dargliele. Poi, convinta che Edoardo non fosse abbastanza severo con lei come avrebbe dovuto, chiamò una professoressa in pensione e continuò con lei. Tre volte alla settimana.
Torniamo a Roma. Nel 1927 nasce il fratellino. Nel frattempo il padre apre uno studio professionale con un collega, l’ingegner Ottolenghi. Si occupano di impiantistica e ingegneria industriale. Dopo poco capiscono che Roma non fa per loro: il posto dove lavorare e vivere è Milano, dove si trasferiscono nel 1937.
Per lei furono due amori diversi e paralleli. Roma rappresentava il delirio della bellezza: era orgogliosa di essere nata a Roma. Milano era la città del rigore e del lavoro, anche lei con la sua bellezza un po’ defilata ma soprattutto con la sua offerta di opportunità che Roma non era in grado di dare.
Tornò spesso a Roma, ma sempre un po’ fuggitiva. Qualche anno fa mi chiese di tornarci davvero e ci fermammo per molti giorni. Ripercorremmo a braccetto le strade note, andammo in via Sistina, poi in via Nazionale poi in viale Mazzini… le case che aveva abitato. Santa Maria degli Angeli dove era stata battezzata, il Colosseo, i Fori, San Pietro e la Chiesa del Gesù, piazza Navona e piazza di Spagna. Non con quello stupore da turisti, ma con quella famigliarità consapevole, quel sorriso pieno di memorie che si ha per i luoghi dell’infanzia e della giovinezza.
A Milano frequenta il liceo (per signorine di buona borghesia) Vittoria Colonna in via Conservatorio. Quegli anni me li sintetizzò non molto tempo fa così “…andavamo a scuola e facevamo i compiti. Il sabato mattina papà andava a lavorare, il pomeriggio andavamo a fare la spesa o in centro per una passeggiata e sosta al caffè. La domenica mattina c’era la Messa e nel pomeriggio papà prendeva il treno e partiva per trovarsi sul lavoro, un cantiere o un cliente, il lunedì mattina alle 8,30. Questa era la nostra vita…”.
Diciamo che i due ingegneri, che senza dubbio amavano moltissimo i figli, erano impostati sul dovere, di tutti. Le estati le passavano a Loro Piceno, nelle Marche, dove la famiglia di nonna possedeva delle proprietà terriere che appartengono tutt'ora alla Famiglia. Lì c’era un po’ più di libertà, ma sempre all’interno di un nutrito gineceo che comprendeva zie, nonne e bisnonne con tutte le conseguenze gerarchiche. La mamma non era particolarmente affezionata a questo posto: lei era donna di città.
Nel giugno del 1940 l’Italia fa l’imperdonabile errore di entrare in guerra. Il nonno viene richiamato e comanda la Compagnia Idrici Speciale con compiti di supporto tecnico all’esercito. Il campo è il Nord Africa.
La famiglia Bonati rimane a Milano, Fede continua il liceo ma nel 1943 iniziano i pesanti bombardamenti alleati sulle città italiane. In modo particolare viene colpita Milano a causa delle sue attività produttive. La popolazione comincia a sfollare nelle campagne e nei piccoli centri. I Bonati si trasferiscono nelle Marche. L’anno scolastico della maturità viene chiuso con un normale scrutinio.
Nel 1944 il 2° Corpo Polacco sbarca nel sud Italia e nel maggio dello stesso anno dà un contributo fondamentale alla battaglia di Montecassino. Mio padre Antoni attraverso una vicenda che parte dall’aggressione tedesca alla Polonia il 1 settembre del 1939 è inquadrato nel 2° Corpo Polacco del generale Anders come tenente. Ma questa è un’altra storia.
Dopo la vittoria di Montecassino e la rottura della Linea Gustav, il 2° Corpo Polacco viene spostato sull’Adriatico con l’obbiettivo di prendere la città di Ancona per farla diventare base logistica dell'attacco alla Linea Gotica. I Tedeschi si ritirano combattendo, una dopo l’altra cittadine e paesi delle Marche sono liberati. Ricorda mia madre “…era già buio e chiusi in casa, qualcuno bussò alla porta. Era un ufficiale tedesco che informava che con il suo reparto si sarebbe fermato nel parco per la notte… Alle 4 del mattino sentimmo dei rumori, i Tedeschi caricarono le carrette tirate dai cavalli e partirono. Qualcuno a piedi, qualcuno in bicicletta. Alle 6 i Polacchi entrarono in Loro Piceno…”
Ancora oggi nel paese, chi c’era, ricorda quel giorno.
Il Tenente Antoni Mosiewicz, con altri ufficiali, prese alloggio in San Michele, una villa solo qualche kilometro distante dalla nostra e di proprietà della famiglia di mia bisnonna. I fatti non si conoscono nel dettaglio, perché mai con i nostri genitori arrivammo a questo punto di confidenza, ma io sono convinto che fu il Tenente ad allungare l’occhio, perché mia mamma aveva 20 anni, i Polacchi erano certamente simpatici, alcuni molto belli ma…
99° Compleanno di Antonio Mosiewicz (Stresa 9 IX 2012)
Comunque sia, i primi contatti avvennero durante la pausa precedente alla battaglia d’Ancona. Ci fu uno scontro sul fiume Chienti, mia nonna ricordava 3 o 4 croci con i guanti bianchi infilati in cima. Poi Osimo, Filottrano, Ancona.
Questo amore nasceva in guerra, quindi non so quando si dichiararono e come mantennero i contatti. Mio padre apparteneva ad un esercito in combattimento e quindi partecipò a tutte le battaglie rese necessarie dalla resistenza tedesca, che di norma si attestava sulla sponda di ogni fiume attraversato. Fino alla liberazione di Bologna.
Il quartier generale si stabilì a Forlì, e probabilmente da questo momento cominciarono a vedersi più spesso. Altro non so, se non che mio padre volle il consenso di mio nonno a questo progetto di matrimonio. Mio nonno, che aveva combattuto in Nord Africa, prigioniero di guerra in America sulla via del ritorno rispose con un telegramma: Dio vi benedica. Dal telegramma al 24 aprile del 1946, giorno del matrimonio, passarono 5 mesi.
Fu celebrato a Loro Piceno, chiesa di Santa Maria delle Grazie, che aveva visto quasi due secoli di matrimoni della Famiglia, che con l’atto del 20 agosto 1760 si era incaricata della manutenzione dell’edificio di culto e del sostentamento delle funzioni religiose.
Da quel momento la storia si fa confusa e convulsa. Gli sposi vivono a Forlì negli accasamenti dell’esercito insieme alle altre coppie sposate. I mariti vengono richiamati in Inghilterra. Dalle lettere è chiaro che è un periodo di grande incertezza. I soldati polacchi sposati non sapevano quando sarebbero potuti tornare in Italia e quando sarebbe iniziata la smobilitazione. In realtà i Polacchi del Generale Anders erano diventati un problema per le forze alleate. Oramai era certo che non sarebbero tornati in Polonia e stava diventando chiaro che nessun alleato era così contento di accoglierli. Finalmente furono smobilitati e iniziò la seconda odissea del 2° Corpo Polacco. Sparsi in tutti gli angoli del mondo.
Antoni e Fede decidono di emigrare in Argentina. La nave era della Croce Rossa, l’equipaggio inglese. Ricorda mamma “…erano arroganti e la mattina mettevano le scope in mano ai maschi perché pulissero il ponte. Un giorno tuo padre si presentò con le medaglie al petto, e non ebbero il coraggio di mettergli la scopa in mano…”.
Sbarcarono a Buenos Aires e incominciarono da zero. Il primo lavoro che prese mio padre fu grazie a un buon punteggio ottenuto in una corsa. Misero gli aspiranti a 100 metri dal cancello della fabbrica ed assunsero i primi dieci che arrivarono. Questo per dire come non fu facile.
Si misero sotto di buona lena e anche di buon umore, vedo dalle lettere. E pian piano tirarono su una casa, aprirono una fabbrichetta di piastrelle e parallelamente, con il ritmo di uno ogni 24 mesi, cominciarono ad arrivare i figli. Fino al 1952, mamma o era incinta o allattava. Nel frattempo si occupava della casa, della scuola, del giardino, frequentavano il club polacco, ricevevano e lei ci teneva a cuciinfarto anche il nonno e l’opzione Argentina viene definitivamente archiviata.
Poco alla volta, ma abbastanza velocemente, nostro padre deve subentrare a nostro nonno. Dopo un paio d’anni noi avevamo dimenticato lo spagnolo e facevamo tribolare i nostri genitori con tutti i guai dell’adolescenza di ragazzini oltremodo vivaci.
Sono stati gli anni che passammo in casa dei genitori fino a quando cominciammo a sposarci e andar via. Uno alla volta e la casa si svuotava. Non furono anni felici per mamma, almeno non lo furono come in Argentina. Lei non se la tolse più dalla testa.
Quando noi figli lasciammo la casa, qualcosa migliorò nella sua vita. Non fu una madre invadente, cercò sempre di non interferire e non schierarsi mai in una famiglia così complicata come la nostra. Tanto per fare un esempio, se noi non la cercavamo, lei non ci cercava. E naturalmente era felice quando la cercavamo.
Ecco, in quegli anni si dedicò a fare quel che le piaceva. Brevi viaggi col marito, i mercatini dell’antiquariato, le mostre, i musei, i caffè del centro di cui conosceva bene i virtuosismi di pasticceria, le ripetizioni di latino alle nipoti. Le ha portate a Roma, una alla volta, perché riteneva di essere la sola a potere spiegare la sua città ed era suo dovere. Diceva spesso “…chiedetemi le cose, perché quando sarò morta non potrete mai più sapere…”. Ma come si fa ad interrogare un genitore? Impossibile, diventa un interrogatorio. Spesso non si parla per riserbo, altrettanto spesso è molto più facile scrivere, perché ci pensa il tempo a diluire il pudore.
Tante delle cose che so su di lei, le ho trovare nelle sue lettere, nei suoi appunti e diari. Non solo gli avvenimenti, ma anche tutta quella complessità di sentimenti e stati d’animo con cui si affronta e si reagisce davanti alla vita.
Ne viene il ritratto di una persona riservata e umile, tuttavia determinata nelle sue convinzioni, molte non convenzionali, che sosteneva con intelligenza caparbia. Affettivamente era dominata da un grande pudore, penso che arrossisse al solo pensiero di esternare qualcosa. Nel contempo era sempre disponibile all’ascolto, magari non dava una soluzione, ma si era convinti di essere stati ascoltati.
Le tenerezze, nella sua cultura, erano un freno proprio perché lo erano per lei. Capace di commuoversi quando le cose la toccavano dentro, le vede- vi gli occhi lucidi spesso. È stata una persona irreprensibile.
Nel 2018 perde Antoni: Antek, come lo chiamava lei. Gli è stata accanto con la sufficiente lucidità per dire “… sta morendo...” e ci guarda- va con la richiesta di essere smentita. Quando pian piano si rende conto di essere rimasta sola, comincia ad as- sentarsi e sorride triste. Non chiede più di lui per non avere ulteriori con- ferme.
Una crisi respiratoria improvvisa, fa sì che venga portata in ospedale in ambulanza. La prendono in carico, la portano in una stanza. Dopo una mezz’ora esce un’infermiera e dice “… la Signora è morta...”.
Jurek Mosiewicz Bonati
8 di agosto 2019
Foto del matrimonio (1946)

